Certi ragazzi (it's too late version)
i fatti miei [l'ho pubblicato giovedì, 21 agosto 2008 ]
Sul balcone
le piante grasse
hanno pena per l’acqua,
sopravvivenza all’afa:
sconfitta la mia liquidità.
 
L’acaro buono buono
accarezza le giunture nostre
al posto nostro. Un gelato
mangia i gusti della vita,
mi disabitua noi, e poi ogni freddo.
a g.o &&  d.s.
mi avete detto
commenti (2) commenti (2)
Certi ragazzi (incompatible moonlight version)
i fatti miei [l'ho pubblicato mercoledì, 20 agosto 2008 ]
Mi paura la domanda che si fa implorazione e mi impaura
il governamento delle leggi che ci governano il movimento.
E intanto questo rumore ha dispendio di vorrei assordarti di,
cioè che non conosciamo. Qui somigliamo un minimo a semmai.
 
Seduto a fianco, sopra il letto, con Asia che ci guarda e mentre
mentre mi lecco un’altra sigaretta mentre tu fatto di pelle nera,
per tutti i soli che io non so riscaldare, a tratti mi sembri quasi vero.
Così io ti direi del gradino, della bellezza di una mela verde,
della mia risata che oggi, a mezza bocca, proteggo con le mani
per timore di vederti imbarazzato davanti al mio dente di meno.
 
Ti direi. Che non ci sono misteri incompatibili che ogni luogo
diventa il dove, dove noi ci diventiamo ma solo a volerlo succede.
Fare il cowboy o la sciocca velina, o solo prenderei quel poco di
di morfina per addormentarmi quasi Morfeo per adDio da dannare.
 
Forse mi farei piccolo piccolo, dopo un po’ toglierei la mia mia mia
mano dalle labbra (quasi mi tocca quell’occhio con la voglia di vino
che una madre inesperta ha desiderato incautamente, mentre io zitto).
 
Mentre io incrocio le gambe, vedo quella stronza di luna con te,
a te che piace tanto e che me la meni tutte le volte davanti, banale.
Ti direi, se ne avessi il tempo, che.
Che
ci sono, esistono mondi universi differenti, regolati da leggi differenti
che non conosciamo. A volte succede un momento, un solo momento
ossia questi luoghi accadono, e si incontrano le forze che pare che non
si riconoscano, e in tutta questa entropia pare di non credere più al posto
dove stai. A volte, nella casuale configurazione di ogni preventivato delitto,
ammazziamo un ordine preciso di mani e di fiato: accade anche questo.
 
Avessimo avuto la topografia necessaria per riservarci lo stesso spazio
di un nostro bacio (dove guadagniamo il minimo di conoscenza odorosa),
forse dico forse, avremmo avuto almeno il coraggio di mandarci affanculo
mentre restiamo vicini e ci sembra vero che staremo per sempre assieme mai.


a g.o.
mi avete detto
commenti commenti
Certi ragazzi (non-deterministic version)
i fatti miei [l'ho pubblicato martedì, 19 agosto 2008 ]

L'agave mente sul balcone di Enzo: crede di essere un cactus.
Il riso nero aromatizzato, mi fa sorridere, mentre giri l'acqua nera.

Enzo dice: poi, dopo, tutto diventa una bella amicizia. A privativo, rispondo io.
Essere di un altro mondo, richiede tutte le responsabilità di un pianeta sconosciuto.

 

 

 

mi avete detto
commenti (1) commenti (1)
Certi ragazzi (misunderstood version)
i fatti miei [l'ho pubblicato lunedì, 18 agosto 2008 ]

Avermi di capire per una volta una sola ansia

di non pagare lo sbaglio ora che compio l’errore.

Mi ho dato la bocca armata per farmi fuoco e ansia

a distruggere ogni possibile abbandono che viene.

 

Ci sono bocche che non parlano ma la dicono tutta

la strozzatura del nero che ci fa neri insieme, e maschi.

 

Lo spavento nella dieresi del fianco tutto a me per dono

sbaglia il movimento che mi muove e mi scoordina le dita:

ora noi facciamo fiori bellissimi, e superiamo la nostra stagione.

 

 

Voglio dirti che questo che tu qui ora hai stato con me

è ricordo e lascia ansia che mi sei avuto e trattieni le mani:

non mi toccare, non permetterti mai più di toccarmi.

 

Simile al prezzo simile da pagare per conoscersi, nella certezza

che le cose non sono che cose queste, ingenuità narcissica.

Non so cosa, come scrivere le frasi che i miei organi interni compongono.

Eppure io la sento tutta quanta la grammatica della mia inadeguatezza

So la punteggiatura del pudore, il periodo che mi dice, l’interiezione

che mi fa il fiato per ogni incertezza d’amore che invio al tuo orecchio.

So questo, ma non lo so dire. Forse perché tante volte l’ho già detto.

E voglio dimenticare come si fa per non sentire la perdita dell’avuto.

È l’addio quello a cui non penso mai se non sempre, a ogni delicato turbamento.

 

Non preoccuparti. È falso.




a   g.a.

mi avete detto
commenti (7) commenti (7)
Sin Piedad
musica, i fatti miei [l'ho pubblicato venerdì, 15 agosto 2008 ]

mi avete detto
commenti (6) commenti (6)
Vincent e la luce
poesie da non pubblicare [l'ho pubblicato mercoledì, 13 agosto 2008 ]
Soltanto il sole ha diritto alle sue macchie
- Goethe -
 

Nel giorno che incombe è tempo di alzare la testa
che lo sai che la faccia mi giro e mi dolgo
che la faccia mi pento e mi vòlto di tutto lo sai
del giorno che pure abbandona lo sguardo alla Terra
 
Imparo, da quel tuo declinare manco, quel tuo seme
spento nel giorno che stanco soccombe e imparo
il tuo zenit di gioia nel punto più alto del vento
nel flesso più ampio del collo, che flette d’orgoglio…
 
Per noi, figli di girasoli, impazzisce pigra la luce
per noi orfani del Sole quel buio declinare stanco
sfianca e torna a salvarci come inchino alla madre
del mondo.
 
mi avete detto
commenti (2) commenti (2)
UM in GV (3): Le cose che so tornare
i fatti miei [l'ho pubblicato domenica, 10 agosto 2008 ]

Svegliarsi stamattina è stato faticoso (stamattina? erano le 2 e mezza...). In realtà mi sono svegliato verso le undici, con una telefonata di Ettore. Così, ancora un po' in preda ai fumi dell'alcol di ieri, ho creduto di aver fatto un sogno mio ricorrente, di quelli che facevo anni fa. Un sogno fatto di desiderio.

E' stato uno choc constatare alle 2 e mezza che non era stato un sogno. Era tutto vero. E la telefonata che ho ricevuto mezz'ora fa me lo ha anche ricordato, che era vero. E, soprattutto, che potesse essere vero anche domani (ma che davéro davèro?, come dicono a Roma).

A volte uno sa che certe cose non accadranno mai più. Che c'è stato un tempo per farle accadere, ma poi no. Poi tutto resta fuori di te, dalle tue coordinate temporali, spaziali.

A volte uno non sa un cazzo, e deve saperlo. A volte impazzire è la scelta più giusta per salvarsi.  O scrivere, magari.

A volte l'Uomo Mortale è un ritorno da vent'anni. A volte noi - noi tutti - misuriamo sul piano le distanze, a linea retta. E osserviamo tutta una 'lontananza' che fa male. Poi con l'allungarsi dell'età, fa meno male. E diventa quella robetta insulsa che tutti usiamo chiamare nostalgias

La curvatura dello spazio. Ecco cosa dimentichiamo di valutare.
Due punti distanti, localizzati in galassie differenti, per effetto della curvatura dello spazio, possono avvicinarisi. Come prendere un foglio A4, constatare la distanza del margine inferiore da quello superiore. Ma basta curvare il foglio, e i punti possono addirittura 'toccarsi', combaciare.
A volte è lo stesso punto, solo che è visto in un tempo diverso, 'lontano' appunto.

Il sudore, l'odore, la consistenza delle mani, la pelle:  riemerso tutto da chissà quale anfratto neuronale. E' stato come vedere gli anni dal '91 al '94 tutti in un solo momento, una sorta di framework dell'emozione, dei fotogrammi impazziti, accelerati.
Il mio punto, ieri sera, è stato me a 25 anni. Ieri ho avuto un'altra volta 25 anni. Ed è stato sgomento: tutto questo 'tempo camminato' su un foglio A4 di merda.  Sgomento: è rimasto tutto uguale in me, e diverso.

Sì, lo so. Come è banale tutto questo.
Com'è.
Io sono le cose che so tornare. La prova più sfatta di quello che sono arrivato.

Allora, per risollevare un minimo le sorti di questo post, ci metto una poesia tratta dalla mia prima raccolta (Il Settimo Senso - Il laboratorio le Edizioni, Nola, 1997). Questa poesia (che poi è a tutt'oggi una delle mie poesie peggiori, manco a dirlo), dedicata oggi come allora a Peppe A, si intitola OLFATTO:

Diviene terra acida di pioggia
il sapore di passi passati.
Delirio geometrico
l'usmare di memoria,
il puzzo doloroso.

Poi, il tempo
agnello di pace,
il pensiero
automa romantico.
Un tanfo di gioia a invadere.

Poi, purulenta
una notte di stelle tumefatte
stilla il vizio afrodisiaco,
e morire ogni volta, soli.

 

 

mi avete detto
commenti (3) commenti (3)
AdD:maggio che ho tolto.
romanzo, amore di donna [l'ho pubblicato venerdì, 08 agosto 2008 ]
ventotto maggio
Maggio 1981. Viviamo in casa di parenti da quando il terremoto ha distrutto la nostra di casa. La mia camera da letto è il corridoio, dove c'è un letto chiudibile a cassettoni.
 
Il rumore del portoncino che sbatte mi sveglia di soprassalto, non riconosco la voce tanto è stravolta dall'ira ma riconosco la sagoma che mi sta ordinando di alzarmi e chiudere il letto.
Ti HO DETTO di ALZARTI e CHUDERE il LETTO.
Per la seconda volta la voce sconosciuta mi impartisce l'ordine.
Immediata sono in piedi e il letto è chiuso.
Il primo mi arriva senza parole senza avviso senza spiegazione, è feroce potente bruciante violento, mi sbatte contro la parete di sinistra stordendomi quasi di spavento, ne intuisco la natura e il fermento, capisco che non è l'ultimo, intendo con le dita il sangue che cola sul pavimento.
Cominciano le parole che non sento, ascolto solamente il mio pianto e il fluido fluire dentro al naso prima che mi arrivi sulla bocca.
Mi alzo in piedi e penso al lavoro che devo fare domani con la lastra di granito che aspetta vogliosa di essere lucidata.
Sono sospesa per aria.
Mi urli in faccia le mie nefandezze e mi schianti ad un certo punto contro il portoncino e mi prendi a calci nello stomaco. Io per terra penso alla ricerca su Manzoni che devo fare giovedì prossimo, quest’anno ho l’esame, e poi mi alzo di nuovo in piedi.
Mia madre.
Luca.
La partita di calcio con i ragazzi dietro i capannoni e il gol stupendo di testa che tutti mi hanno invidiata. Sono una femmina e a calcio non ci devo giocare. Ci sono i piatti da lavare e il bagno da pulire. Ci sono cose che fanno male più dei calci, e tu lo sai. Sono un maschio e con le bambole non ci devo avere nulla a che fare.
Sono in piedi davanti alla tua ombra che mi stringe un polso e pare voglia tagliarmi le mani.
Mi parli di furti, di soldi che mancano, di borsellini, di moduli per la scuola da firmare che non vuoi firmare, parli di calcio che non devo calciare e un calcio me lo dai stavolta nel culo.
Nella parete di destra stavolta.
Il polso è slogato.
Io sono terrorizzata dai serpenti.
Mi difendo come posso e corro all'altro estremo del corridoio con le braccia incrociate sulla faccia
imploro
prometto
perdono
il sangue mi sporca il pigiama
la casa non è nostra basta
non sono stata io che fai
nessuno mi aiuta
ti prego dove sono gli altri
non c'è nessuno
salvami ti prego
ti prego che fai
ti
prego
ti prego che
fai.
 
 
Quando guardo tra l'erba, tra i vari insetti che popolano il mio parco, mi chiedo se esistono storie di amori e di guerre. Immagino tragiche battaglie, ricatti infami e tremende vendette, tutto per l’amore di una Femmina. E dopo? Come svolgono i funerali di un elemento della comunità? Lo onorano? Lo rispettano dopo morto? Quali ceri accendono al suo capezzale, lo fanno?, piangono?, le formiche piangono?
Quando ne infilzo con un ago, presa a caso dentro una fila, per un po’ si agita ma muore subito. Quando io la metto a terra, la compagna più prossima si avvicina lentamente inscenando una specie di danza.
Dopo un po' arrivano alcune formiche becchine, delle formiche che prendono il corpo della poveretta uccisa e lo portano nel loro nido per condividere il dolore, per l'estremo saluto, per mangiarla, tanto è morta.
Questo è forse il più grande onore nella vita: essere divorati da chi ti ama.
 
 
Domani costruisco l'aquilone con Antonio e Marta e non devo scordare la carta, azzurra, e, bianca, che si confonde con il cielo e le nuvole, quelle cazzo di nuvole.
È a questo corridoio che io chiedo: stringi le pareti, apri il suolo.
Inghiotti inghiotti stritola anche me, rossa
brucio
fuoco
l'aquilone
il filo
ti segherei
ti prego fermati che non ce la faccio neanche a chiamarti.
Mi rialzo. Sono ancora in piedi. Sono forte. Tu sei una macchina.
Mi attacco alle braccia della macchina dalle cento braccia senza passione né
pianto né
parole né
tremore
non sento nulla non vedo sto bene sto ferma sto morendo non mi picchiare più
mai più
mai
ti
ricorderò.
La faccia è una pentola con l'acqua che bolle e solchi sottolineano il tumore, il labbro superiore è spaccato, sul polso destro un taglio profondo dovuto al tacco della scarpa, un calore tra le cosce azzeccate: è l'aquilone
è rosso
si spande sotto la pancia
riga le mie gambe bianche di latte
il sugo sui maccheroni
cuoce troppo
tre ore tre sono troppe per la salsa
non è il diavolo
non è la pentola è l’aquilone
mi tranquillizza
quasi lo aspettavo
quasi mi consola
quasi mi dimentico dove sono e dico vola
ora vola
vola
adesso vola.
 
 
Avessi mai trovato un quadrifoglio! Diamine! ce ne sarà pure uno! Invece nulla! Niente! Sono proprio sfortunata. C'è Anna che lo trova sempre. Sospetto che sia sempre lo stesso. È sempre quello. Lo conserva, ogni volta che la sfido a trovare un quadrifoglio, dopo pochi secondi la si sente esclamare:«A-ha! Eccolo!»: non la sopporto proprio.
 
 
Ascolto il rumore della notte che viene e lo spazio della strada me lo figuro di luce artificiale.
Resto incagliata al corpo assassino e mi rassicuro dello strapiombo alla fine della via. Alla fine. Della vita.
Intorno a me la furia stretta si stringe
si arrotola
si rafforza
cresce senza sosta oltre la forza propria oltre la mia forza e non la controllo
vorrei allentare la presa ma è l'esatto contrario ciò che faccio non sono io
non mi ritrovo
mi guardo con occhi di sonno e imploro le mie braccia di desistere
le mie pupille di restringersi
il mio respiro di respirarsi lentamente umanamente.
La furia smette le parole e cerca di divincolarsi
cerca scampo
lotta
si scuote
si contorce
si fa male
io immobile con la rabbia e l'amore
la rabbia
il dolore
il rancore
il sangue
le ferite e l'amore
e
l'amore
e grido, è un suono dell'anima, della mia anima avvinghiata all'orco che mangia l'anima che cade e ho paura del vuoto e dell'aria
ho paura dell'altezza
ho paura di morire.
Ci schiantiamo dallo strapiombo al suolo
ho paura di svegliarmi sotto terra nella bara
ho paura della terra
dei fiori
del cuore
che mi viene un infarto
del buio
di mio padre
di mia madre
della sera
della controra di luglio
ho paura di volervi bene
ho paura che mi lasciate sola da sola
non mi lasciate sola
non mi lasciate
non mi lasciate sola
non
mi
lasciate.
 
mi avete detto
commenti (5) commenti (5)